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Saturday, July 04, 2020
GouldMagazine * Selezione_Gould_Faggiano
  

L’Ing. Amerio nel visionare alcuni documenti storici riguardanti il Diamante di Gould, ha avuto modo di osservare alcune tavole dell’epoca. Confrontando questi disegni con i soggetti dei nostri allevamenti, notò che presentavano delle differenze fenotipiche: forma della maschera del testa nera e sulla sottile corona nera che circonda il rosso o l’arancio nelle altre due varietà, nonché sulla lunghezza delle timoniere centrali. D’Amerio scrive:

Fino a che i modelli per le tavole naturalistiche furono i soggetti scoperti

 in natura od i loro primi successori, la caratteristica tipica della specie è bene evidenziata.

litografia_tre_gould.jpg

Con il passare dei decenni, l’allevamento intensivo, abbagliato dai colori, non avendo più modelli di riferimento e non seguendo i criteri naturali, produceva corone di varia forma fino ad essere assenti del tutto.

litografia_john_goiuld_testa_rossa.jpg

Veniamo ora molto più brevemente il tema delle due timoniere centrali. Il Diamante di Gould fu inizialmente denominato Poephila gouldiae il cui typus generis era il Diamante codalunga; le cui misure biometriche delle timoniere erano le stesse e molto simili ai Codalunga ancora oggi in cattività.

codalunga.jpg

Sul fatto che queste penne debbano essere le più lunghe possibile, ci aiuta Charles Darwin. Il territorio in cui vivono i nostri uccellini è letteralmente infestato da serpenti. I Diamanti di Gould tendono a riprodursi in ogni cavità che il territorio offre loro, continuamente visitati dai serpenti; poiché  l’attacco avviene di solito da dietro, si crea l’effetto “coda di lucertola”, teorizzato dal grande scienziato evoluzionista. La natura dice che quelli con la coda più lunga hanno più possibilità di fuggire e pertanto li seleziona come riproduttori privilegiati. Il serpentello resta con due piume in bocca, ma l’uccellino è salvo! Ho analizzato i pulli del mio allevamento ed ho visto che alcuni avevano ancora ancora cenni  del disegno illustrato dagli ornitologi dell’ottocento. I piccolini continuavano a produrre quello che è una caratteristica genetica. Girando in alcune mostre, senza guardare i punteggi, ma solo la forma, la taglia, la salute e il disegno della maschera ho acquistato diversi testa nera, che come ho detto erano preponderanti in Natura. Pochissimi anni di selezione ed i risultati sono visibili nelle fotografie accluse.” (vedi foto nel pannello dx)


Per visionare l'intero articolo dell'Ing.Amerio cliccare






 

  

  





QUALE SELEZIONE NEL GOULD


Prima parte: forma domestica o forma selvatica?

   Sul processo di addomesticamento si sono scritti nel tempo talmente tanti pensieri e concetti da poter assemblare veri e propri manuali sull’argomento. Quello che caratterizza tutte le possibili definizioni, di addomesticamento, è indicabile come  l’inevitabile processo etologico e biofisiologico a cui le specie allevate si assoggettano che produce la differenziazione che i ceppi domestici sviluppano rispetto al selvatico, fenomeno questo indicato dalla comunità scientifica come “processo di ingentilimento”.

   Prescindendo dalla comparsa di mutazioni geniche determinanti macroscopiche alterazioni del fenotipo ancestrale, la vita captiva conduce e determina adattamenti fisiologici e comportamentali che di generazione in generazione si fissano nella popolazione d’allevamento. A questo inesorabilmente si somma la preferenza estetica del gusto dell’allevatore, che accoppiando tra loro esemplari con date caratteristiche somatiche ne esaltano l’espressione. In riferimento alla specie in questione è facile evidenziare quali sono state è sono attualmente le tendenze della selezione domestica del Gould, e quali sono invece le spinte selettive che l’ambiente naturale dove questa specie si è evoluta produce.
   Come per tutti gli uccelli atti al volo, il Gould selvatico sviluppa nella sua silouette una capacita aerodinamica minimizzante lo sforzo al volo in termini di energia, esaltando efficacia, velocità di decollo e di fuga dai predatori. Queste performance sono date dalla somma di elementi come lunghezza del piumaggio, forza dei muscoli pettorali, conformazione del cranio, ed equilibrio tra massa grassa e massa magra. Tutti questi parametri non vengono sottoposti allo stesso tipo di selezione in condizione di cattività. Per altro le forme particolarmente affusolate realizzano un’immagine complessiva del soggetto sicuramente meno armoniosa e piacevole di quella ricercata nella selezione domestica, in cui si ricerca una morbidezza delle forme data esattamente da una selezione contraria.
   Solo un piumaggio sufficientemente abbondante, un cranio più tondeggiante e una buona distribuzione della massa grassa, realizzano la tendenza allo stereotipo indicato dallo standard di eccellenza a cui gli allevatori intenti alla moderna selezione del Gould devono tendere. Solo queste scelte selettive che evidentemente esulano dalla preservazione di una forma selvatica, consentono di ottenere una modificazione dei soggetti domestici, ormai considerati e considerabili specie domestica, in quanto da decenni sottoposta a spinte selettive frutto dell’allevamento captivo.

   A mio parere per tanto in termini generali nella selezione moderna del Diamante di Gould va ricercata l’aderenza a quella che può essere considerata la forma domestica della specie, frutto del fenomeno di “ingentilimento” di cui sopra ho parlato. Fenomeno questo che si concretizza semplicemente nella voluta modificazione di caratteri somatici come taglia, forma e struttura ossea e del piumaggio.
Con tali presupposti e chiaro che l’unica possibilità di preservare la forma ancestrale della specie è concepibile solo attraverso la protezione delle popolazioni selvatiche nei territori d’origine e non nelle gabbie dei nostri allevamenti. Inoltre se, per ipotesi, si volesse tentare la reintroduzione in Natura di soggetti domestici, questi sarebbero inevitabilmente destinati ad una brutta fine.

Seconda parte: forma estensione e colore della maschera

   Nella selezione del Diamante di Gould, un elemento di primaria importanza è certamente rappresentato dalla maschera che orna e caratterizza il cromatismo della specie. In prima battuta va subito puntualizzato che il Gould è indiscutibilmente interessato da un dimorfismo sessuale di tipo secondario, ovvero non legato a differenze dei disegni tra maschi e femmine, ma prodotto da una diversa espressione dello stesso fenotipo. In particolare il dimorfismo del Gould si realizza nell’espressione del colore, che immancabilmente nelle femmine è notoriamente meno intenso e meno brillante. Questa condizione ancestrale e chiaramente fisiologica, si ripercuote ovviamente anche nell’espressione della maschera facciale. Quindi in ambito selettivo e soprattutto in ambito espositivo, tale condizione andrà adeguatamente valutata e considerata per quello che rappresenta.
Proprio per questo le attuali categorie a concorso suddividono a giusta ragione i maschi dalle femmine. Se da un lato i livelli di eccellenza nei maschi sono superiori rispetto alle femmine, dall’altra gli elementi di riferimento a livello di principio rimangono gli stessi. L’ampiezza della maschera cosi come la definizione dei contorni e la rotondità del margine, determinato dal filetto nero nelle maschere lipocromiche, sono elementi inequivocabili per entrambi i sessi.
    Certo nelle femmine la maschera facciale tende sempre ad essere un po’più piccola, ma questo e spesso dato dalla forma e dalle dimensioni del cranio, cosi come dal piumaggio tendenzialmente più corto. Nel maschio lo sviluppo craniale è maggiore e tendenzialmente il piumaggio è più abbondante e lungo, così da realizzare forme più massicce e tondeggianti. Questo produce impatto più gradevole ed appariscente, tanto per l’uomo quanto per le femmine della propria specie, vera ragione etologica del dimorfismo sessuale, ovvero, conquistare la propria compagna convincendola della propria bellezza indice di salute e vigore, garanzia per la propria progenie.

Logo_tre_teste_cerchio _Web.jpgLa maschera del Gould è notoriamente interessata da tre tipiche colorazioni: la maschera rossa, dominante sulle altre due forme, prodotta dall’interazione tra pigmento melanico nero e lipocromo rosso, apice  di un processo evolutivo. Questo tipo di maschera perPiume_Testa_Rossa.jpg i motivi di appariscenza fenotipica prima esposti è quella più presente nelle popolazioni selvatiche (nella foto a dx notare la struttura a lamine espanse delle barbule della maschera di un maschio testa rossa). Per opera di un gene recessivo rispetto alla colorazione rossa, forse una presumibile mutazione spontanea apparsa verso la fine del percorso evolutivo della specie, abbiamo la possibilità di ammirare la maschera a lipocromo giallo, o meglio arancio. Essendo l’arancione il risultato della riduzione quantitativa di lipocromo, risulta un colore meno appariscente del rosso e per questo meno apprezzato dalla spontaneità della selezione naturale, basata sulla scelta del partner, tanto da parte delle femmine quanto da parte dei maschi. In natura si stima che solo il 2% della popolazione possieda questo carattere in stato di omozigosi e che sopravviva grazie all’ereditarietà recessivo autosomico dello stesso, che permette di mantenerne la presenza silente (come portatore inespresso) in molti esemplari a maschera rossa, notoriamente preferiti dalla su indicata spinta selettiva nella scelta del partner migliore, pur se inconsapevoli diffusori della variante (questo è uno dei  meccanismi di preservazione della biodiversità Piuma_Testa_Nera.jpgescogitati da madre natura). Esiste in fine una terza colorazione della maschera, legata ad un fattore ipermelanizzante, che alla scomparsa del lipocromo dalla testa, produce una saturazione di melanina nera della piuma solo di quella zona. Tale fenotipo è sostenuto da un gene recessivo sesso legato rispetto alla pigmentazione lipocromica della maschera (nella foto a sx piuma della maschera di un testa nera).
In cattività questi equilibri spontanei tra le diverse espressioni della maschera sono ovviamente sovvertiti dai gusti personali e dall’arbitraria selezione domestica. E’ comunque scontata un’espressione ottimale e corretta di ogni colorazione, con la consapevolezza comprovata che l’accoppiamento in
 melanico nero che corre da un estremo all’altro della bavetta giugulare, largo circa un millimetro, anch’esso regolare e continuo, che produca un esaltazione della maschera aumentandone anche apparentemente l’estensione, cosa che si realizza molto efficacemente nei soggetti a testa nera che presentano notoriamente una maschera più ampia in quanto non c’è soluzione tra maschera e filetto. La precisione dei margini così come l’estensione della maschera sono caratteri multifattoriali legati in parte alle qualità del piumaggio, in parte alla pigmentazione e in parte alle potenzialità genetiche del soggetto. L’unico modo per migliorarli è quello di accoppiare esemplari adeguati per questi caratteri complessi nella loro costituzione.

   Un elemento che spesso viene trascurato o non considerato nella ricerca selettiva della maschera è lo sviluppo strutturale del capo, ovvero lo sviluppo di quelle parti anatomiche come il cranio nella sua componente ossea (teca cranica e becco), ma anche nelle sue parti molli  come bulbo oculare, muscoli e cute. Un cranio ben sviluppato, di buone dimensioni, tondeggiante e con occhi grandi e ben posizionati, su cui poggia un becco breve e compatto centrato anteriormente, permette ad un buon piumaggio un disegno corretto e ad un buon colore di realizzare una maschera facciale ottimale. La purezza del colore, rispetto alla varietà della maschera, permette la migliore espressione fenotipica quanto meno della carica lipocromica  e relativa tonalità.  E’ cruciale di fatti che nella selezione dei lipocromi della maschera si vada a considerare oltre alla quantità anche la tonalità degli stessi, funzione solo in parte della base melanica con cui si vanno a combinare. Quindi il primo riferimento selettivo nella ricerca di una buona maschera facciale è quello di accoppiare esemplari con lo stesso colore della maschera.
    Superato l’aspetto espressivo del colore, che deve essere intenso, deciso e puro, nella selezione della maschera vanno considerati altri concetti più propriamente topologici che riguardano l’estensione, la forma e precisione dei contorni. Nell’attuale selezione viene richiesta una maschera facciale ampia, capace di coprire partendo dall’attaccatura superiore e laterale del becco la fronte, l’area oftalmica e auricolare, le guance e il cranio fino e oltre il suo vertice, senza soluzione di continuità tra le parti e con una pigmentazione uniforme. Sia l’attaccatura che il limite posteriore della stessa dovrebbero presentare limiti segnabili da linee precise, continue dall’andamento tondeggianti. Il margine poi della maschera lipocromica dovrebbe essere accostato ad un sottile filetto

   Nell’ultimo periodo, approfondimenti bibliografici hanno condotto ad interrogarsi sulla correttezza espressiva della maschera facciale come sopra descritto, evidenziando che in alcune stampe dell’Ornitologo J. Gould la specie venga ritratta con maschera facciale ben diversa dall’attuale selezione. In particolare pare che su queste stampe la maschera facciale sia divisa in una porzione centrale che interesserebbe fronte, porzione superiore degli occhi e vertice del capo e due porzioni guanciali e auricolari; suddivisione questa realizzata da un’infiltrazione del filetto melanico che invece di correre lungo il margine della maschera, all’altezza dell’occhio si piega a mo di virgola in avanti. Tale ipotesi per quanto affascinante e frutto di un’osservazione oggettiva eseguita su tavole iconografiche dell’epoca, dove essere confermata quanto meno dal confronto diretto con più esemplari selvatici della specie, di sesso ed età differente. Personalmente per quanto ritenga corretta l’attuale selezione descritta, credo interessante questo argomento e sollecito quanti in possesso di informazioni e mezzi di ricerca appropriati ad adoperarsi nell’approfondimento di questo interessante argomento. 

                        1 marzo 2010     (aggiornato 07/02/2015)                                                                                                 Francesco Faggiano


   Per coloro che non lo conoscono, con piacere, traccio un breve profilo di Francesco Faggiano. Allevatore per tradizione familiare, non ha limitato i suoi interessi alla semplice cura degli uccelli, ma ha approfondito l’aspetto scientifico del nostro “hobby”, diventando in pochi anni uno dei più profondi conoscitori della genetica, correlata al nostro settore. Oltre che collaboratore delle riviste Italia Ornitologica ed Alcedo, per le quali ha scritto numerosi articoli, ha pubblicato nel 2002 per la Foi il volume “Mutatis mutandi: la genetica, le storia e la selezione dei mutati”, più volte citato in numerosi testi di ornitologia e diventato in breve punto di riferimento per chi vuole allevare con cognizione scientifica. E’ stato membro della CTN-IEI, nella quale ha contribuito alla stesura di numerosi standards; dal 2014 ne é Presidente.

   Con la sua ferma e chiara presa di posizione per la selezione indirizzata alla forma domestica, si inserisce nella discussione su un tema di recente sollevato da alcuni autorevoli ornitologi, fra i quali mi limito a citare l’Arch.Emilio De Flaviis e l’Ing.Piergianni Amerio (vedi pannello sx). Quest’ultimo si è spinto a selezionare Diamanti di Gould, nei quali ha fatto “riaffiorare” due delle più evidenti caratteristiche che lo distinguono dal selvatico: il filetto non perfettamente arrotondato, ma che forma una piccola rientranza all'altezza dell’occhio e le timonieri filiformi decisamente più lunghe.
    Questa particolarità possiamo vederla nelle litografie di John Gould ed altri ornitologi dell’ottocento, nonché nelle moderne foto di soggetti in Natura.



  

  
Alcuni soggetti dell'allevamento dell'Ing. Piergianni Amerio che mostrano il disegno del filetto e la lughezza della timoniera centrale con le caratteristiche del Goud selvatico proposte nelle litografie di John Gould e di altri incisori dell'epoca 
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Elizabeth Gould, moglie del grande ornitologo inglese, era una valente pittrice, che collaborò attivamente alla realizzazione delle sue splendide incisioni, accompagnandolo anche nei suoi avventurosi viaggi intorno al mondo.

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Durante il soggiorno in Australia morì di parto, lasciando John nello sconforto, rimanendo comunque la musa ispiratrice del suo lavoro, tanto da fargli scrivere, per la sua prematura scomparsa, nella prefazione al libro The Birds of Australia,:

john_gould.jpg

“….è con grande emozione, contro la mia natura, che propongo di dedicare questo nuovo e delizioso piccolo uccello alla memoria di colei  che, oltre ad essere stata la più attraente delle spose, mi ha con zelo aiutato con la sua matita durante numerosi anni di lavoro e che dopo avere sfidato numerosi pericoli, con un coraggio uguale alle sue virtù, e mentre intraprendeva con entusiasmo l'illustrazione del presente lavoro, è stata richiamata brutalmente dal Divino Creatore ad un mondo migliore”.

Non è pertanto improprio che numerosi ornitologi lo chiamino Diamante della Signora Gould.







  

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